Al tempo dei Bilongfri

Storie di Bizantini, Longobardi, Franchi nell'Italia dell'alto Medioevo

La morte di Michele (690 d.c.)

Era una giornata stupenda con un sole meraviglioso alto nel cielo. Era l’anno 690. Michele, un ricco proprietario terriero, amico fedele del re longobardo Cuniberto1, si dirigeva a cavallo verso Pavia2.
Durante la traversata di un bosco, sbucarono due uomini armati: uno con un balzo uccise Michele, mentre l’altro velocemente tagliò la coda del cavallo e scappò.
L’assassino venne poco dopo catturato da una guarnigione di soldati alle dipendenze del re Cuniberto; essi passavano di lì per andare in città. I soldati lo incatenarono, lo fecero salire su un cavallo e lo portarono con loro.
Arrivati alla residenza del re, l’uomo fu interrogato e gli fu chiesto perché mai avesse ucciso il fedele Michele e se aveva avuto complici.
Quelli erano anni molto turbolenti: giungevano voci che da lontane città del regno, da Brescia e da Trento, si stessero preparando ribellioni contro il re Cuniberto; in particolare il duca Alachi sembrava voler spodestare Cuniberto. Era possibile che Michele, tanto fedele al re, fosse stato per questo assassinato per mano di qualcuno al servizio di Alachi?
L’assassino, anche se ripetutamente interrogato e torturato, non volle parlare; perciò fu condotto in carcere per qualche giorno. Infine, convinto della sua colpevolezza, il re Cuniberto lo condannò a morte, come prevedeva l’editto del re Rotari che dall’anno 643 era entrato in vigore per tutti i Longobardi3. L’assassino venne portato sul luogo dove si eseguivano le condanne degli uomini che avevano ucciso un uomo libero o avessero cercato di tradire il re. Quando stava per essere “giustiziato”, l’assassino confessò tutto: disse che non voleva tradire il re uccidendo un suo amico, ma vendicarsi di un potente, Michele, che aveva compiuto prepotenze e ingiustizie nei confronti della sua famiglia; secondo lui la ragione era dalla sua parte e lui si era comportato secondo le regole della faida4. Il re non sapeva se credergli o no: la faida comunque era punita dalle nuove leggi di Rotari che proibivano la vendetta privata.
Qualcuno intanto affermò di aver visto un complice dell’assassino tagliare la coda al cavallo di Michele.
Perché mai aveva compiuto questo gesto?
Il re voleva saperne di più e chiese al condannato chi fosse il suo complice. L’uomo rispose che era stato suo fratello Giovanni e chiese clemenza per lui. Dopo che la condanna a morte fu eseguita, il duca diede l’ordine alle sue guardie di catturare Giovanni e di portarlo presso di lui. Subito si misero alla ricerca e, dopo qualche giorno, trovarono Giovanni in una catapecchia dentro un bosco, dove abitava un porcaro.
Lo catturarono e lo portarono dal re. Giovanni confermò la versione del fratello. Restava la curiosità della coda tagliata. L’uomo, con la testa china, disse che in quel modo avrebbe voluto anche lui insultare il potente Michele, senza però arrivare all’omicidio come vendetta dei torti subiti. Era vero o no?
Il re stabilì che Giovanni pagasse i sei soldi che l’editto di Rotari prevedeva come multa per chi compiva un simile atto5.
Dopo aver pagato, Giovanni tornò a casa. Intanto il re aveva mandato un suo servo ad avvertire la moglie di Michele che i due furfanti erano stati puniti come la legge prevedeva. Stranamente la moglie era felice che fosse stato ucciso suo marito, perché lei non lo sopportava più6.


Note Storiche:

  1. Cuniberto fu re dei Longobardi dal 688 al 700. Nel 690 si ribellò contro di lui Alachi, duca di Trento e Brescia, che alla fine morì in battaglia.
  2. Pavia era stata assediata per tre anni e conquistata da Alboino che nel 568 era sceso in Italia alla guida dei Longobardi; nella città in seguito fu costituito il “palatium”, la reggia del re.
  3. L’Editto di Rotari prevedeva la condanna a morte per alcuni reati considerati molto gravi. L’articolo I dice: “Se qualcuno avrà premeditato l’assassinio del re o si sarà accordato in tal senso, sia condannato alla pena di morte e i suoi beni gli siano confiscati”. L’articolo IX: “…E se sia provata la sua colpevolezza (aver tentato di uccidere qualcuno) sia giustiziato ovvero paghi l’ammenda che al re sarà piaciuto stabilire”.
  4. Faida: concetto di “giustizia privata”, di vendetta nei confronti dell’offensore o della sua famiglia.
  5. Editto di Rotari, articolo CCCXXXVIII: “Se qualcuno taglierà la coda al cavallo altrui, ovvero il solo crine, paghi sei soldi”.
  6. Anche le donne longobarde libere erano soggette ai mariti; la tutela si chiamava “mundio”. Le donne non potevano decidere del patrimonio, non potevano scegliersi lo sposo. Le regine erano costrette a matrimoni “politici” (Teodolinda e il secondo marito Agilulfo; Gundeberga e il re Rotari). P. Diacono nella “Historia longobardorum” presenta alcune figure femminili vendicative nei confronti dei mariti prepotenti (ad esempio: Rosmunda fece uccidere il re Alboino da Elmichi, che ella in seguito sposò e poi tentò di avvelenare).

1 Comment

  1. A me è piaciuta molto questa storia perchè ha un finale aperto, dato che al lettore rimane il dubbio sul vero motivo della morte di Michele.
    Mary